2 febbraio 2018

Le campagne elettorali spiegate ai cittadini

«Più posti di lavoro»; «ridurremo le tasse»; «abbatteremo il debito pubblico», quando va bene. Altre volte se ne sentono di incredibili, eccessi voluti per coinvolgere maggiormente l'elettorato di riferimento o convincere gli indecisi. In campagna elettorale va così, si promette un po' di tutto. E come si comportano i cittadini dinanzi alla mole di informazioni che più che in altri periodi si vedono costretti ad assimilare? È un tema interessante perché si colloca, al di là della più stretta attualità, nel dibattito sulla post-verità e sulle fake news che da qualche tempo a questa parte tanto piace ai media e agli esperti di strategie comunicative. T-Mag ne ha voluto parlare con Nicoletta Cavazza, professoressa di Psicologia sociale all'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e autrice di Comunicazione e persuasione. L'abilità di convincere e di resistere (Il Mulino, 2017). Per prima cosa, suggerisce la professoressa, bisogna utilizzare i termini nel giusto modo: «La persuasione non è necessariamente manipolazione». In secondo luogo la conversazione è utile per disinnescare alcuni falsi miti dei nostri giorni. A cominciare dalla polarizzazione politica, dato che «l’offerta di oggi è molto meno distinguibile» rispetto al passato. E quella che percepiamo online, a volte addirittura in maniera feroce, ha in verità un'incidenza ridotta: «Le ricerche – spiega Cavazza a T-Mag – hanno mostrato che l’influenza dell’uso dei social media sul comportamento politico dei cittadini, in particolare sulla loro partecipazione, è sicuramente minore di quanto si tenda comunemente a pensare».

Nel suo libro scrive: «La persuasione non è necessariamente manipolazione, perché l'influenza è la sostanza di cui si nutre la nostra vita sociale». Come fa notare, ciò vale nelle diverse sfere del quotidiano, ad esempio nelle relazioni sociali con parenti o amici, non solo per i messaggi della pubblicità o della politica...
La frase che lei cita significa che ciascuno di noi isolato dagli altri non sarebbe sicuro della bontà delle proprie opinioni. Noi ci confrontiamo con gli altri sulle questioni socialmente rilevanti, discutiamo e facendolo forgiamo le nostre posizioni. Non vuol dire che le cambiamo radicalmente, ma le mettiamo a punto e ci sentiamo così più sicuri. Questo è un processo bidirezionale, cioè l’influenza può essere reciproca.

Quando la persuasione può trasformarsi in manipolazione?
La persuasione diventa manipolazione quando innanzitutto l’intenzione di persuadere è occultata al ricevente, quando lo si fa con argomenti che si sanno falsi, o quando è finalizzata a ottenere da questo una decisione o un comportamento contro la propria volontà. Per questo nella comunicazione politica non si può parlare di manipolazione più che in altri ambiti se i messaggi restano nella sfera di ciò che è legale. Nel periodo della campagna elettorale i cittadini sanno bene di essere bersaglio di tentativi di persuasione, per cui qualsiasi discorso, interpretazione politica, promessa, può essere facilmente inquadrata come finalizzata ad ottenere consenso. Forse si potrebbe parlare di un certo grado di manipolazione quando, per esempio, si esagerano intenzionalmente i termini di un problema per rendere urgente la propria soluzione agli occhi dei cittadini. Ogni parte politica ha dei temi che sono, diciamo così, dei cavalli di battaglia – la sicurezza, l’abbassamento delle tasse, la limitazione dell’immigrazione, la riduzione della disoccupazione –, ciascun partito tende a rendere saliente la gravità di quei problemi agli occhi dei cittadini per rendere le proprie proposte di soluzione gli “ingredienti” principali della decisione di voto. Ma più che di manipolazione, in questo caso parlerei di strumentalizzazioni. Diventa manipolazione quando si insinuano falsi sospetti o si usano dati di realtà distorti intenzionalmente.

In una fase come quella attuale, in cui si osserva un certo grado di polarizzazione, le promesse elettorali sono particolarmente altisonanti ancorché di difficile realizzazione. Eppure chi si dice convinto di qualcosa mantiene la propria posizione ferma e sembra non preoccuparsi troppo delle inesattezze o delle bugie che vengono raccontate. Perché?
Intanto non sono sicura che siamo di fronte a polarizzazione, né delle proposte, né delle posizioni della maggioranza dei cittadini. Il superamento delle ideologie, che radicavano in passato delle proposte politiche funzionali a visioni del mondo davvero diverse, ha finito per far rendere l’offerta politica di oggi molto meno distinguibile, dunque meno polarizzata. L’idea che “si vince al centro” è sempre molto in voga fra i politici, anche se spesso si è dimostrato falso. Anche per i cittadini, il venir meno dell’ancoraggio ideologico ha indebolito le identificazioni di partito, che un tempo tendevano a rimanere stabili nel corso della vita e animavano discussioni molto accese. La separazione identitaria fra comunisti e democristiani di un tempo non è certo la stessa oggi, e nessuno trova molto strano che ci siano persone che possono aver votato sia per Berlusconi che per Renzi. Un discorso diverso, invece, vale per «chi si dice convinto di qualcosa»: quando le persone formulano un orientamento poi desiderano mantenerlo. Gli psicologi parlano di bias di conferma, cioè ciascuno di noi preferisce confermare anziché rimettere in discussione le proprie valutazioni. Per farlo cerchiamo di non incontrare o non fare attenzione a informazioni che sono in contraddizione con le nostre opinioni e credenze. Ecco perché non prestiamo attenzione alle inesattezze e diamo credito a ciò che dicono i politici verso i quali siamo orientati positivamente, e lo facciamo leggendo i giornali o guardando le trasmissioni che hanno orientamenti simili ai nostri.

Restando fedeli – almeno ci proviamo – all'approccio della social cognition, quali sono i processi, o più semplicemente gli input, che contano maggiormente per le persone nell'elaborazione della mole di informazioni che hanno a disposizione durante una campagna elettorale? Nel determinare quali sono gli “ingredienti” più pesanti della decisione di voto, i media hanno un grande ruolo. Più spazio viene accordato ad una questione sociale più questa questione diventerà uno dei o il criterio più importante su cui si giocano queste decisioni. Oggi sicuramente il tema dominante è quello dell’immigrazione perché nel nostro paese questo fenomeno è cresciuto in un modo rapidissimo e spesso drammatico, catalizzando l’attenzione dei media e degli spettatori. Al di là di questo, l’interesse personale è una dimensione saliente per quasi tutti, quindi il tema delle tasse diventa sempre particolarmente appealing, ed è anche la ragione per la quale le sorprese in questo campo a volte vengono lanciate all’ultimo momento, quando anche gli elettori meno interessati alla politica sentono l’urgenza di stringere una decisione. Gli “effetti speciali” invece hanno meno presa sui cittadini più interessati alla politica perché di norma questi hanno orientamenti stabili e valoriali meno legati alle opinioni del momento.

L'esperienza dei social appare come uno “stravolgimento” delle “euristiche”. Basta poco: un link che diventa virale, una vecchia bufala che torna di moda, un concetto ad uso e consumo per attaccare la posizione altrui. Insomma alcune argomentazioni, per quanto sostenute da esperti, trovano dei muri invalicabili in quote importanti della popolazione, in questo modo diventano convinzioni approcci ad un determinato tema – prendiamo quello dei vaccini – su basi tutt'altro che scientifiche o che sono difficilmente dimostrabili. Come si può spiegare questo fenomeno?L’esperienza della rete e dei social in realtà ha reso le euristiche – scorciatoie di valutazione – sempre più necessarie per orientarsi in una selva di informazioni nella quale non sapremmo altrimenti districarci. Poi ciascuno consolida le proprie euristiche. Di per sé l’euristica dell’esperto è sicuramente molto utilizzata quando le persone sono poco competenti nella materia. Per esempio: se non ho studiato medicina, mi fido di un medico con buona reputazione. Però l’expertise di una fonte non è una caratteristica oggettiva, è un attributo che viene riconosciuto a qualcuno da qualcuno. Anche se una persona ha tutti i “crismi” formali per essere un esperto – ha fatto tante ricerche, ha tante pubblicazioni, ha un ruolo importante in un centro di ricerca molto reputato –, può non essere reputato esperto da chi sospetta che abbia buone ragioni per non dire la verità, il classico argomento che riguarda “chi ha finanziato la ricerca?”, “ha interesse a dire che un certo problema non è poi così grave?”. Oltre al fatto che al di fuori della comunità scientifica, l’opinione pubblica non sa distinguere i segnali della reputazione di uno scienziato, dalla serietà e il prestigio delle riviste scientifiche alle altre pubblicazioni. Allora si usano anche altri segnali di expertise, quindi se l’informazione proviene da una fonte – giornale, sito, blog – che valuto come affidabile.

Spesso si parla di quanto la Rete abbia modificato il modo di fare le campagne elettorali e le percezioni dei cittadini. Eppure, dati alla mano (Istat, Censis...), la tv ha ancora oggi un peso enorme rispetto a tutti gli altri media. Quanto gli strumenti utilizzati incidono sull'opinione di un individuo? In altre parole può (anche) il mezzo contribuire a rafforzare un'idea, crearne di nuove o smontare precedenti convinzioni? E in che modo?
Dai dati che abbiamo ad oggi, in Italia così come negli Stati Uniti, la rivoluzione digitale della comunicazione politica sembra ancora lontana e la televisione è ancora il mezzo più usato dalle persone per informarsi e farsi delle opinioni. Le ricerche hanno mostrato che l’influenza dell’uso dei social media sul comportamento politico dei cittadini, in particolare sulla loro partecipazione, è sicuramente minore di quanto si tenda comunemente a pensare. Sul piano più generale, i nuovi mezzi di comunicazione hanno soprattutto “disintermediato” la comunicazione fra elettori e politici e indebolito il ruolo dei cosiddetti corpi intermedi, partiti, sindacati, associazioni. In più la comunicazione diretta fra i candidati e gli elettori attraverso la rete ha costi minori rispetto ai mezzi tradizionali (spot televisivi, cartelloni stradali...), ed è anche per questo vincolo strutturale che i nuovi mezzi vengono tanto utilizzati. Però richiede anche l’intenzione da parte degli elettori di esporsi a queste comunicazioni, non ci si imbattono per caso, e di prestarvi attenzione: leggere i post di un blog è più impegnativo che seguire un dibattito alla tv mentre si cucina. Questo ha influenzato lo stile comunicativo dei politici e ha reso il linguaggio più semplice, sintetico, informale, a volte perfino più volgare, per aumentare la probabilità di catturare l’attenzione e avvicinare gli elettori.

Alcuni colossi della comunicazione – Facebook su tutti – stanno mettendo in pratica misure per contrastare le fake news. Esiste un problema reale in questo senso o, a suo avviso, il dibattitto in materia è sproporzionato? Quale meccanismo scatta nelle persone per cui eventuali fake news hanno una maggiore presa rispetto ai dati di fatto?
A mio avviso il problema non è quello della quantità di fake news che circolano. Il vero problema è che il sospetto che le notizie in rete possano essere false, anziché motivare le persone ad impegnarsi a distinguere, le spinge a lasciare perdere e non prestare molta attenzione a qualsiasi notizia. Noi lo abbiamo studiato a proposito delle recensioni false, che sono sempre informazioni in rete quindi il processo non è molto diverso da quello che si attiva rispetto ad altre: quando le persone che leggono informazioni in rete hanno il sospetto che qualcosa possa essere falso rinunciano a leggere dopo poche parole. Questo però non impedisce loro di farsi un'opinione, solo che sarà un'opinione molto più superficiale, meno fondata.

(anche su T-Mag)

25 gennaio 2018

La rete ferroviaria in Italia e i pendolari

L'incidente alle porte di Milano, tra Pioltello e Segrate, dove è deragliato verso le 7 del 25 gennaio un treno con sei vagoni delle ferrovie Trenord partito da Cremona e diretto alla stazione di Milano Porta Garibaldi (il bilancio, mentre scriviamo, è di tre donne morte, 46 feriti, cinque gravi; le operazioni legate all'estrazione delle persone coinvolte sono terminate intorno alle 11, mentre sono ancora da accertare le cause dell'incidente) ha subito aperto – come è piuttosto normale in queste occasioni – l'annoso dibattito sulle infrastrutture in Italia. È un discorso in verità molto complesso, che a volte da solo non basta a spiegare l'entità di eventi di tale portata e che, soprattutto, potrebbe non avere molto senso prima dell'accertamento dei fatti. Alcuni giornali, in particolare il Corriere della Sera, hanno riferito di un cedimento di circa 20 centimetri di un pezzo di binario a Pioltello e non si esclude che possa essere proprio questo il motivo dell'incidente, ma al momento è ancora un'ipotesi, potrebbe al contrario trattarsi di un effetto del deragliamento stesso. Da segnalare, inoltre, che lo scorso 23 luglio, più o meno alla stessa altezza, era già avvenuto un incidente, senza gravi conseguenze. Ad ora, l'unica cosa che possiamo fare, in attesa di capire se si è trattato di un problema infrastrutturale, è affidarci ai dati e provare a smentire alcuni luoghi comuni, senza per questo ridimensionare i disagi che ogni giorno lamentano milioni di pendolari italiani.

LE LINEE FERROVIARIE IN ESERCIZIO
«La rete ferroviaria si sviluppa per 27,5 km ogni 100 mila abitanti e nel 2015 segnala un lieve aumento in rapporto alla popolazione; la rete ad alta velocità costituisce il 5,6% della rete complessiva», si legge nel rapporto Noi Italia 2017 dell'Istat. Nel contesto europeo, dove è la Germania ad avere la più lunga rete di trasporti ferroviari, l'Italia presenta «una dotazione di 28 km di rete ferroviaria per 100.000 abitanti, molto al di sotto della media UE: per la sola rete a binario doppio elettrificato il valore è prossimo alla media UE». La classificazione delle linee ferroviarie avviene in base alle loro caratteristiche e possono essere: «Linee fondamentali, caratterizzate da un'alta densità di traffico e da una elevata qualità dell'infrastruttura, comprendono le direttrici internazionali e gli assi di collegamento fra le principali città italiane; linee complementari, con minori livelli di densità di traffico, costituiscono la maglia di collegamento nell'ambito dei bacini regionali e connettono fittamente tra loro le direttrici principali; linee di nodo, che si sviluppano all'interno di grandi zone di scambio e collegamento tra linee fondamentali e complementari situate nell'ambito di aree metropolitane» (fonte: RFI – Rete Ferroviaria Italiana). Nello specifico la tipologia – che riguarda invece le linee a doppio binario e le linee a semplice binario (se ne parlò a lungo in occasione dell'incidente ferroviario del 12 luglio 2016 che coinvolse due treni nella tratta a binario unico tra Andria e Corato, linea Bari nord) –, stando ai dati RFI aggiornati al 31 dicembre 2017, è ripartita in 7.696 km per le linee a doppio binario e 9.091 km per quelle a binario semplice. Nel dettaglio, in Lombardia si contano 857 km di linee a doppio binario e 879 km di linee a semplice binario.

I DISAGI DEI PENDOLARI
Se non si osserva una netta discrepanza tra Nord e Sud per quanto riguarda le tipologie delle linee ferroviare in esercizio, altrettanto non si può dire per i treni e per i servizi. Dal rapporto Pendolaria 2017 di Legambiente emerge come ogni giorno siano 5,51 milioni gli italiani che si spostano su ferro (inclusi coloro che prendono le metropolitane nelle città in cui è presente). In pratica si registra crescita del numero complessivo dei pendolari, ma ad aumentare sono anche le differenze tra le varie regioni e quelle sulla rete ferroviaria, «segnata – spiega Legambiente – da una parte dai continui successi dell'alta velocità e dall’altra dai tagli agli intercity (-15,5% dal 2010 al 2016) e da treni regionali (-6,5% dal 2010 al 2016) spesso troppo vecchi e lenti». Al Sud circolano meno treni che in Lombardia, sono più lenti e più vecchi: età media 19,2 anni contro i 13,3 del Nord. Legambiente ha inoltre classificato le dieci peggiori linee d'Italia per i pendolari nel 2017, secondo «criteri oggettivi per evidenziare la scarsa qualità del servizio: le proteste degli utenti per i problemi di ritardi e tagli dei treni, la tipologia dei treni utilizzati sia per capienza sia per età, la carenza di orari adatti per l’utenza pendolare, la frequenza dei convogli, la condizione delle stazioni». Nella classifica rientrano la Roma-Lido, la Circumvesuviana, la Reggio Calabria-Taranto, Verona-Rovigo, Brescia-Casalmaggiore-Parma, Agrigento-Palermo, Settimo Torinese-Pont Canavese, Campobasso-Roma, Genova-Savona-Ventimiglia, Bari-Corato-Barletta. «La linea Cremona-Milano – ha segnalato Legambiente Lombardia a seguito dell'incidente di Pioltello – è stata segnalata come una delle peggiori in Lombardia: conta oltre 10 mila pendolari giornalieri, su treni lenti e sovraffollati, dall'età media di 17 anni». Tra le altre cose, emerge ancora dal rapporto, «si è di fronte ad un problema infrastrutturale, come per i pendolari di Cremona, dove i collegamenti con Milano vedono la presenza del binario unico fino alla stazione di Treviglio Ovest e quindi una frequenza limitata dei treni e un rallentamento nel passaggio dei convogli».

LA SICUREZZA
Quando avvengono incidenti ferroviari gravi, il tema sicurezza torna ad essere al centro dell'attenzione. Tuttavia i dati suggeriscono una situazione meno critica di quanto si è orientati a pensare in casi del genere, e cioè che viaggiare in treno in Italia non è così meno sicuro che altrove in Europa. Se consideriamo gli ultimi dati Eurostat disponibili, relativi al 2015, scopriamo che – in valori assoluti – il maggior numero di incidenti si è verificato in Polonia (639), Germania (363), Ungheria (158), Francia (150) e Romania (141), mentre l'Italia si attesta a quota 121. Ovviamente è importante anche il rapporto tra il numero di incidenti e i chilometri percorsi dai treni in un determinato paese. Dunque in Germania, Italia e Francia i valori risultano essere migliori della media europea.

(anche su T-Mag)

18 gennaio 2018

Le elezioni? «Si vincono o si perdono con le emozioni»

Giuseppe Musmarra è tra le persone che oggi in Italia riesce a produrre contenuti politici di maggiore efficacia su Facebook. Giornalista di lungo corso, ha lavorato in vari quotidiani e agenzie di stampa. Scrittore, poeta, blogger di Huffington, dove si occupa con vasto seguito di analisi politica indipendente, è stato tra i pochi – si ricorderanno i pronostici sballati ancora a poche ore dal voto statunitense del 2016 – a prevedere l'elezione di Donald Trump. Il suo linguaggio nella comunicazione politica è innovativo e tra i più originali nel produrre interazioni, emozioni, coinvolgimento, consenso. Ha, per scelta, un approccio ai social atipico, distante dai tecnicismi di cui diffida. Per la seconda volta, dopo qualche anno, T-Mag ha deciso di scambiare qualche parola con lui in occasione della imminente campagna elettorale, per parlare del suo lavoro e fare il punto su una questione sempre attuale, ormai da diverso tempo: quanti voti riesce a spostare una campagna (di qualità) condotta online?

L'algoritmo di Facebook sembra essere diventato il nemico quotidiano da battere per chi fa comunicazione social. Vale anche per lei?
Figuriamoci se so cosa è un algoritmo, se non so nemmeno avvitare una lampadina. Vedo tra l'altro tante società di comunicazione integrata che propongono prodotti di assoluto livello. Io mi occupo solo di contenuti, di coinvolgimento, e diffido per istinto della forma senza sostanza. Vicino casa c'è una pasticceria che produce dolci troppo belli per essere veri. Ma un dolce può permettersi di essere sfacciatamente bello solo se è buonissimo. Se è bellissimo e poi come gusto normale, a me diventa antipatico. Preferisco a quel punto la brutalità della pura sostanza. Questo per dire che tante pagine Facebook sono patinate ma frigide, ben confezionate ma non empatiche, prive quindi di qualsiasi impatto, di qualsiasi utilità.

Come si veicola un personaggio? Come si imposta una campagna?
Per il tipo di approccio che ho io, metodologicamente non convenzionale, si imposta soprattutto cercando di cogliere i bisogni emotivi dell'universo elettorale di riferimento. Si imposta mentendo il meno possibile e prestando più attenzione possibile alle persone. Vanno bene le rughe, le imperfezioni, gli errori e anche i refusi, che considero di tanto in tanto anzi indispensabili. Il nemico è la perfezione apparente, perché produce freddezza. Va benissimo il dubbio, anche lo sporadico sconforto, va male la boria, la presunzione. Bisogna poi evitare la fidelizzazione politica. Molti miei colleghi finiscono col fare il tifo ideologicamente per il cliente che in quel momento seguono. Lavori per Renzi? Allora scrivi quanto è bravo Renzi e quanto sono incapaci gli altri. Lavori per Salvini? Allora scrivi filippiche sui temi più cari al leader della Lega, tipo l'immigrazione. Considero invece l'indipendenza di giudizio l'unica salvezza possibile. Possiamo lavorare solo se ci riserviamo la possibilità di dirci di tanto in tanto che stiamo facendo una cazzata. Mi occupo spesso anche di analisi politica indipendente proprio per preservare il cervello dal rischio della fidelizzazione.

Se non è l'algoritmo di Facebook, qual è allora il principale nemico del suo lavoro?
I politici che pensano di dover parlare esclusivamente di politica. Una noiosa, micidiale sciocchezza.

In che senso?
Nel senso che per rendere efficace un messaggio politico molto spesso è indispensabile parlare d'altro, la politica deve arrivare in maniera subliminale al cervello e al cuore della gente. Del resto, al massimo un dieci per cento delle persone si occupa di politica. Parlare solo di quello significa autorestringersi, limitarsi, come voler pescare a mare solo nel dieci per cento delle acque e avere la presunzione di prendere tutti i pesci.

E il miglior alleato, invece?
La libertà nel lavoro e la fiducia che si riesce a conquistare. E il sense of humour nei rapporti personali. E non dimenticare mai che la vita è anche un gioco.

Ricordo alcuni anni fa quando si parlava di campagne elettorali online, di come avrebbero sempre più - nel futuro - potuto condizionare l'esito di un voto: libri e libri sull'argomento, corsi universitari, analisi dei singoli fenomeni. Il caso italiano, però, è davvero particolare: dati alla mano (Istat, Censis...) la cara, vecchia tv pesa ancora per oltre il 90% ed è la prima fonte di accesso alle informazioni. Come la vede da addetto ai lavori?
Guarda io credo che la realtà sia una torta. Hai bisogno di tutto: pan di spagna, crema, fragole. Il segreto non è la sciocca rivalità tra gli ingredienti, ma la calorosa complementarietà delle soluzioni.

Da giornalista ed esperto di interazioni online, come giudica questo spauracchio delle fake news? Spesso si fa molta confusione tra quelle che sono notizie false e quella che è la “post-verità”, tema di cui tanto si discusse l'indomani dell'elezione di Trump. I politici hanno spesso una “versione alternativa dei fatti” da proporre ai cittadini, così tutto rientra nel calderone. Può dirci qualcosa sull'argomento che non sia stato già detto?
Il mio personale punto di vista è che non contino nulla, essendo null'altro che un prolungamento dello strumento del pettegolezzo maligno e inventato, che però è sempre esistito e al quale puoi credere o no. Io per esempio ho orrore dei pettegolezzi, mi angosciano, cambio sempre discorso. Altri li amano. Per le fake news è uguale: se ci credi è segno che ci volevi credere. Non si vincono le elezioni con le fake news, non si vincono nemmeno facendo la guerra alle fake news. Le elezioni si vincono con le emozioni e si perdono con le emozioni: è questo il tema centrale, da molti sottovalutato.

Come vede la prossima campagna elettorale?
Io amo lavorare e anche in questo caso lavorerò per persone e non per partiti, e per persone di partiti diversi in città diverse, la qual cosa mi aiuta a mantenere indipendenza di giudizio e un occhio presente su mondi differenti. Ciò detto, la vedo male per il Pd, bene per Berlusconi. Credo però che una piccola sorpresa arriverà da Potere al popolo. Mi piace da matti la loro narrazione. Davvero bravi.

Come giudica la comunicazione di Renzi?
Molto ben confezionata, ma irritante. Credo sia seguito da persone di assoluto valore. Ma irritante è lui. Lui e i suoi record: «Come siamo bravi di qua, come sono figo di là». Tra l'altro i risultati del suo governo e del governo Gentiloni sono oggettivamente buoni, riuscire a stare così antipatico alla gente è davvero incredibile, è il vero miracolo italiano.

Salvini.
Noto recentemente un'ansia da prestazione, un nervosismo che non giova.

Di Maio.
Sbagliato attaccarlo sui congiuntivi, tanti elettori li sbagliano e lui così conquista simpatie tramite un elementare processo di immedesimazione.

Gli errori da non fare?
I troppi manifesti, archeologia dispendiosa da eliminare La freddezza e la tendenza a fare la lista della spesa delle cose fatte. Tutti pensano di aver fatto chissà che. Non amo nemmeno gli eccessi di comunicazione, e anzi ritengo che sovente la miglior forma di comunicazione possa anche consistere in uno sporadico silenzio. Quando hanno inventato il pianoforte ha avuto successo perché si suona piano e si suona forte. Se suoni sempre forte non sente più nessuno.

Come si giudica sui vari social?
Normale con punte di qualità su Twitter, una sostanziale nullità su Instagram, su Facebook invece probabilmente in questa fase nella comunicazione politica non ho rivali. Non ho rivali perché frequento luoghi non frequentati da altri, che tecnicamente sono molto più capaci di me. Ma bisogna anche un po' diffidare della tecnica, secondo me è un inganno, un colossale inganno. I tag, gli hashtag sono cose molto lontane da me. Più Magna Grecia, meno algoritmi.

Per chiudere parliamo della poesia. Quanto conta nel suo lavoro?
La poesia è la cosa più concreta che esista. L'unica verità che possediamo. Per il mio lavoro è fondamentale. Potrei forse vivere senza poesia, ma senza poesia non potrei mai lavorare, e capirai che sarebbe un casino.

(anche su T-Mag)

11 gennaio 2018

Il paradosso della crescita senza un governo

Spesso si dice che l'instabilità politica può minare la ripresa economica. L'argomento fu ampiamente dibattuto, ad esempio, l'indomani del referendum del 4 dicembre 2016 e, di nuovo oggi, è una delle circostanze più temute nel caso in cui l'indomani del voto del 4 marzo non dovesse emergere una maggioranza chiara. Eppure le più recenti esperienze europee dimostrano che senza un governo, per periodi anche piuttosto lunghi, l'economia può continuare a correre.

I casi più noti sono quelli di Spagna e Olanda. Dopo dieci mesi di instabilità politica, Madrid ha registrato tassi di crescita importanti e in accelerazione dopo una prolungata fase di austerità dettata dalla crisi economica. E così l'Olanda, dove è stato formato un governo dopo 208 giorni di colloqui a seguito dei risultati elettorali di marzo 2017. Anni fa ci fu l'esempio del Belgio. Insomma, l'economia può andare spedita nonostante le difficoltà politiche. Questo dipende da diversi fattori: l'interdipendenza economica è un aspetto importante soprattutto per quei paesi – Olanda in testa – export oriented. E sicuramente le recenti politiche monetarie espansive hanno dato un contributo non indifferente alla crescita dell'Eurozona. Anche in Germania l'incertezza politica sta accompagnando i negoziati di Angela Merkel con l'Spd, dopo i precedenti falliti tentativi. Si è votato a settembre e – mentre scriviamo – non si escludono ulteriori intoppi. Ma stiamo parlando della prima economia europea con un surplus della bilancia commerciale che registra costantemente valori record. Nel 2017 il Prodotto intero lordo della Germania è aumentato del 2,2%, secondo i dati provvisori diffusi da Destatis. Si tratta di una performance leggermente inferiore alle attese degli analisti – le stime prevedevano un incremento del 2,3% –, ma una crescita così solida non veniva registrata da sei anni. I consumi delle famiglie e quelli pubblici, l'export (notevole l'incremento delle esportazioni: +4,7% su base annua) e l'import hanno trainato la crescita. I dati sul Pil fanno il paio con quelli relativi al mercato del lavoro. L'economia tedesca continua infatti a generare nuova occupazione: a dicembre 2017, il numero delle persone senza un impiego è diminuito per il sesto mese di fila – i disoccupati sono scesi di 29 mila unità –, facendo scendere il tasso di disoccupazione al 5,5%, il minimo storico. 

Discorso leggermente diverso per il Regno Unito, alle prese con il processo di uscita dall'Unione europea, una condizione perciò ben diversa. La Brexit si sta rivelando più ostica del previsto e comprende molte questioni. Come vanno allora le cose? Nel terzo trimestre 2017, secondo l'Office for National Statistics britannico, il Pil è cresciuto dello 0,4%. Più alto, invece, l'incremento su base annua (+1,7%). Capitolo lavoro. Qui i dati sono meno positivi: a ottobre il tasso di disoccupazione è rimasto ai livelli più bassi dal marzo del 1975 – il dato si è attestato al 4,3% –, ma solo grazie all'aumento degli inattivi. Tra agosto e ottobre sono andati persi 56 mila posti di lavoro, il calo più forte da due anni e mezzo. Il totale dei disoccupati ha raggiunto le 1,43 milioni di unità (+182 mila rispetto allo scorso anno) mentre il numero degli occupati è salito di 284 mila unità, a 27,08 milioni. A lungo termine, però, le prospettive economiche non sono molto positive. A novembre il ministro delle finanze britannico, Philip Hammond, ha annunciato che la crescita dell'economia del Regno Unito è destinata a rallentare, tra il 2018 e il 2019, anno in cui Londra abbandonerà definitivamente l'Ue. I primi segnali di ripresa si vedranno soltanto nel 2022, con il Pil in crescita dell'1,6%. Una performance comunque al di sotto di quella realizzata nel 2016 (+1,8%).

E l'Italia, dunque? Partiamo da un presupposto: la formazione di un governo è un elemento che resta comunque imprescindibile del processo democratico. E un esecutivo "forte" può dare, eccome, un sostegno deciso all'indirizzo socioeconomico nello sviluppo del paese. Tuttavia, anche in Italia, non abbiamo assistito al sorgere di catastrofi che erano state invece paventate l'indomani del referendum di oltre un anno fa. L'economia è cresciuta, l'occupazione pure (con i dovuti distinguo legati alla qualità del lavoro), ma ciò che caratterizza il nostro paese (e, forse, preoccupa un po') è la velocità della ripresa, che procede a ritmi nettamente inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei. Ad ogni modo come reagirà l'economia italiana nell'eventualità di un esito incerto alle elezioni è una situazione al momento difficile da prevedere.

(anche su T-Mag)