23 maggio 2018

Psicofarmaci e lavoro instabile: c’è davvero un nesso?

«Senza un lavoro stabile non c’è prospettiva, famiglia, figli. Non è possibile che il 20% degli italiani usi psicofarmaci, spesso per mancanza di speranza, fiducia, prospettive». Le parole del leader della Lega, Matteo Salvini, al termine delle ultime consultazioni al Quirinale per la formazione del governo con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non sono passate sottotraccia. Spremendo un po' i dati, Salvini, probabilmente, ha voluto citare uno studio dell'Agenzia per il Farmaco e dell'Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa (diffuso da alcuni organi di informazione, dapprima La Stampa) secondo cui sarebbero 11 milioni gli italiani che assumono ogni giorno farmaci contro la depressione e che le persone affette sono circa il 20% della popolazione. Diverse indagini, già in passato, hanno provato ad osservare l'ipotetica correlazione tra disagi di tipo psichico e crisi economiche o difficoltà lavorative prolungate, un collegamento che non si può escludere a priori, ma che allo stesso tempo è molto difficile quantificare e circostanziare. «Non mi sembra una correlazione necessariamente forzata», ci conferma Giuliano Castigliego, specialista in psichiatria e psicoterapia e membro dell'accademia psicoanalitica della Svizzera italiana e della società Balint svizzera. «Il dubbio che si può esprimere – aggiunge Castigliego – riguarda le conclusioni non ancora definitive dei tanti lavori sul tema, ma è anche la dimostrazione che possa esserci talvolta un nesso, una cosa insomma da prendere in considerazione pur con i dovuti studi e con i dovuti metodi». Partiamo dai numeri, allora. Nel 2013 l'Aifa (l'Agenzia del farmaco), nel consueto rapporto L'uso dei farmaci in Italia, registrò una crescita del consumo degli antidepressivi da parte degli italiani, un incremento sul 2004 del 4,5%. Il fenomeno, si disse allora, era almeno in parte legato alle conseguenze della crisi economica. A questo si aggiunga un ulteriore tassello: da tempo si prevede che relativamente presto – qualcuno afferma nel 2020, qualcun altro sostiene entro il 2030 – la depressione sarà la patologia più invalidante, in misura addirittura maggiore rispetto alle malattie più gravi o cardiovascolari.

DEPRESSIONE, CLASSIFICAZIONI E CRISI ECONOMICHE
Si ricorderanno i casi di suicidi registrati in Grecia (ma a un certo punto anche in Italia, soprattutto di imprenditori alle prese con le inadempienze o i ritardi nei pagamenti, non senza una cospicua dose di enfatizzazione mediatica) negli anni più duri della crisi economica. Castigliego, tra gli altri, più volte ha affrontato l'argomento e scritto diversi articoli, riprendendo studi e notando spesso risultati contrastanti a seconda dell'area oggetto dell'indagine, Stati Uniti o Europa ad esempio. A maggio 2013, scriveva sul sito dell'Associazione uma.na.mente: «In un’indagine condotta in 26 paesi dell’Unione Europea tra il 1970 e il 2007 per esaminare la relazione tra tasso di occupazione e mortalità, e valutare l’influenza di differenti tipi di politiche sanitarie, è stato riscontrato che ogni aumento dell’1% nella disoccupazione era associato ad un aumento del tasso di suicidi dello 0,79% in persone sotto i 65 anni (con l’eccezione peraltro di alcuni paesi) e pure ad un aumento dello 0,79% degli omicidi. In generale, [...] le persone giovani sembrano essere più sensibili agli effetti negativi della disoccupazione e della crisi in generale. Un aumento della disoccupazione superiore al 3% ha un effetto ancora maggiore sul tasso di suicidi così come di morti dovute ad abuso di alcol». Situazioni che destano particolari preoccupazioni possono essere la causa scatenante della depressione. Che siano perlopiù di natura economica è però tutto da verificare. Federfarma ha rilevato nel 2016 un aumento in Italia dell'1,6% nel consumo di antidepressivi sull'anno precedente, ma nel medesimo periodo in altre parti d'Europa si sono osservati tassi di crescita superiori: del 5,6% nel Regno Unito, del 2,9% in Spagna e dell'1,9% in Germania, dunque in paesi – eccezion fatta per la Spagna – in cui i livelli occupazionali sono migliori (o decisamente migliori) dei nostri. Spiega Castigliego a T-Mag: «Sono tanti i fattori che concorrono a determinare i casi di depressione più o meno preoccupanti. Una vecchia classificazione veniva fatta sulla base delle cause e la grande distinzione riguardava la depressione endogena e quella reattiva, scatenata appunto da particolari eventi quali la perdita del lavoro, difficoltà relazionali o traumi di altro tipo. Ma tale distinzione ha mostrato dei limiti e la classificazione, ormai da decenni, avviene considerando piuttosto l'entità dei disturbi: lievi, medi e gravi. Il più delle volte nei pazienti si riscontra un problema di fondo, tenuto a lungo nascosto per poi emergere a seguito di una vicenda particolare».

DIPENDENZA E BUSINESS
Salvini non è stato l'unico politico a sollevare un problema analogo. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha definito l'abuso di oppiacei «un'emergenza nazionale». In America da tempo si registra un abuso di antidolorifici, le cui prescrizioni – utilizzate per contrastare anche ansia e depressione – dal 1999 sono quadruplicate (nel 2016 un nuovo aumento del 19% secondo il New York Times, con il trend al rialzo proseguito ancora l'anno scorso nonostante i primi provvedimenti restrittivi) così come le morti per overdose, superando in molte aree del paese i casi legati alla droga. Quanto avviene negli Stati Uniti non è propriamente paragonabile al contesto europeo, a partire dalla dipendenza provocata dagli oppiacei – un'emergenza soprattutto oltreoceano – mentre gli antidepressivi e gli antipsicotici – riferisce ancora Castigliego – non danno di questi problemi (solo una categoria di psicofarmaci può indurla, le benzodiazepine). Tuttavia non mancano spunti di riflessione, guardando all'America, che ci riconducano ai ragionamenti iniziali: l'abuso di antidolorifici o antidepressivi è maggiormente osservabile nelle zone più colpite dalle crisi occupazionali, negli strati sociali più disagiati, tra le persone impoverite o a rischio povertà. L'industria farmaceutica ricava ingenti somme dalla vendita di farmaci di questa tipologia, in particolare proprio negli Stati Uniti. Ma in Europa il giro d'affari è comunque molto elevato. In un libro di recente pubblicazione, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, gli autori Alberto Caputo e Roberta Milanese provano a suggerire, a fronte della tendenza a prescrivere farmaci con una certa disinvoltura, proposte terapeutiche che non siano per forza legate all'assunzione di una pillola. «L'aspetto farmacologico – è il pensiero di Castigliego – dovrebbe essere necessario nelle situazioni più gravi, nella maggior parte dei casi è invece la classica stampella utile nelle fasi iniziali e più critiche di un percorso, e dopo ci si potrebbe augurare che venga accompagnata dalla psicoterapia che sia così efficace da aiutare la persona a gestire il problema».

CONCLUSIONI
Sebbene diversi studi in materia non escludano un nesso causale tra depressione (e conseguente uso di medicinali) e condizioni di vita precarie (dovute all'instabilità del lavoro o alla perdita del posto), stabilire un rapporto diretto tra i due fenomeni è molto difficile data la complessità della patologia. Non è detto, ad esempio, che nei paesi con un'economia fiorente il consumo di psicofarmaci sia inferiore a quello di paesi che presentano ritardi oggettivi o cicli economici negativi. Ad ogni modo anche parlare genericamente di psicofarmaci può risultare fuorviante, considerate le diverse categorie di medicinali (ansiolitici, sonniferi, antidepressivi...) e i diversi utilizzi.

(anche su T-Mag)

21 maggio 2018

Cresce l’occupazione, i salari molto meno. Perché?

Con la disoccupazione in calo (in Italia e altrove), perché non aumentano i salari? È una domanda legittima a cui si può tentare di dare qualche risposta a livello generale. Restando per il momento al caso italiano, prima ci sono tuttavia da osservare due cose. La prima: in realtà nel nostro paese i salari sono aumentati negli ultimi anni. La seconda: seppur lievemente è anche diminuito il gender gap, che però resta abbastanza ampio. C'è anche qualche però, come era possibile immaginare.
I salari in Italia hanno registrato un rialzo, ma stando all'ultimo Osservatorio Jobpricing (Salary Outlook) il 2017 si è chiuso con un rallentamento rispetto all'anno precedente. In più bisogna tenere conto di alcuni andamenti generali. Secondo l'Ocse da noi la crescita del salario lordo per ora lavorata è tra le più basse dell'Eurozona, siamo anche sotto la Grecia. In più non dobbiamo dimenticare che in Italia tasse e contributi incidono molto sulle buste paga dei lavoratori al punto da occupare la terza posizione nell'area Ocse per peso del cuneo fiscale. Per quando riguarda il gender gap, stando ai dati Eurostat, non siamo messi peggio di altri partner europei, ma le distanze tra uomo e donna si fanno sentire non poco (il Global Gender Gap Index del World Economic Forum aveva stimato poco tempo fa una differenza di oltre tremila euro).
Il trend, ad ogni modo, non interessa solo l'Italia. Anche gli Stati Uniti non registrano da tempo un cospicuo aumento dei salari, sebbene il tasso di disoccupazione sia molto basso – ora al di sotto del 4% – e tornato sui valori del 2000. In un articolo pubblicato in Italia dal Sole 24 Ore, Paul Krugman non esclude che il motivo sia da ricercarsi nell'ombra lunga della crisi economica. I datori di lavoro, in pratica, preferiscono mantenere lo stato delle cose in quanto il possibile ritorno di un periodo sfavorevole li inchioderebbe – nel caso di un aumento concesso in precedenza – a quei salari. Tagliarli, invece, è un'operazione che porterebbe in dote ripercussioni negative, in maniera molto più diretta dell'eventuale erosione al netto dell'inflazione. Ma quali fattori frenano la crescita dei salari? 
Qualcuno potrebbe rispondere l'impatto dell'automazione dei processi produttivi. La situazione però è più complessa di così e alla domanda ha già provato a rispondere il Fondo monetario internazionale. In molti paesi del mondo il calo della disoccupazione è stato dovuto soprattutto all'incremento di lavori e impieghi a condizioni non troppo vantaggiose. Per dirla diversamente, dove i tassi di lavoro part-time involontario sono più alti (la situazione interesserebbe gli occupati che lavorano meno di 30 ore a settimana), i salari sono al contrario più bassi per effetto del calo delle ore lavorate e nonostante il contributo alla ripresa della partecipazione della forza lavoro, tra occupati e disoccupati.
La questione salariale resta comunque una delle principali preoccupazioni, in particolare proprio in Italia. Molti studi, negli anni più duri della crisi ma anche nei periodi successivi, hanno messo in luce come tanti giovani disponibili a trasferirsi all'estero per lavoro basano le potenziali scelte sui compensi più elevati che contano di percepire altrove rispetto a quelli riconosciuti ai coetanei che decidono di rimanere. E i dati – da quelli Ocse alle rilevazioni in materia, ad esempio, di AlmaLaurea – sono lì a confermarlo, con Germania e Francia (ma non solo) a offrire in questo senso maggiori opportunità.

(anche su T-Mag)

18 maggio 2018

Fare rete e innovare, la chiave per la crescita e per lo sviluppo

Parliamo non poco di innovazione, di quanto sia importante per la crescita, per lo sviluppo di opportunità, di benessere e di ripresa dei livelli occupazionali. Poi, leggendo il Rapporto annuale 2018 dell'Istat, ci si accorge di quanto siamo lontani dal creare sinergie complesse – imprese-università-istituzioni pubbliche – nonostante tutto, da Industria 4.0 in poi, si muova in quella direzione. Osservando gli indicatori europei in materia, l'Istat afferma che «il risultato più importante è che le imprese collaborano più spesso con altri soggetti privati (in particolare fornitori di attrezzature e materiali). Il ruolo delle università e delle istituzioni di ricerca pubbliche appare complessivamente secondario». Poi c'è l'eccezione che al solito, quando si tratta di queste cose, è la Germania: «A livello di paese, inoltre, si osserva una diversa propensione alla collaborazione del Regno Unito (con oltre il 60 per cento degli innovatori impegnati in attività di cooperazione rispetto a Italia e Germania (entrambe intorno al 20 per cento e con una netta preferenza per collaborazioni con altri soggetti nazionali)».
«Il tema è di particolare interesse in Italia, dove si possono mettere in evidenza alcuni aspetti peculiari di un contesto di scarsa propensione alla cooperazione per l’innovazione», prosegue l'Istat. Due fattori possono incidere in maniera significativa. Il ciclo economico, tanto per cominciare: se è positivo crescono le aspettative e allora si è maggiormente disposti a sperimentare e implementare innovazione. L'altro aspetto riguarda la dimensione dell'impresa, in un tessuto fatto perlopiù da piccole e medie imprese. Quello che emerge, insomma, «la definizione di accordi di cooperazione con università o centri di ricerca appare assai più ardua per le imprese piccole o medie rispetto alle grandi imprese». «I dati disponibili – precisa l'Istituto nazionale di statistica – si riferiscono però a collaborazioni “formali”, ovvero basate su accordi o contratti normalmente bilaterali, e l’evidenza statistica mostra che, considerando le attività innovative delle imprese, è soprattutto la ricerca e sviluppo (R&S) svolta all’interno dell’impresa quella che necessita di iniziative di cooperazione strutturate. La gestione di progetti congiunti di R&S con altre organizzazioni richiede infatti un livello di “formalizzazione” misurabile anche in termini statistici, soprattutto nel caso di progetti finanziati da soggetti pubblici».
Il nostro paese non sfigura, ad ogni modo, al cospetto del programma di ricerca Horizon 2020 della Commissione europea che, promuovendo e finanziando consorzi di ricerca tra imprese e istituzioni europee ed extra-europee, ha creato un'ampia rete in cui sono inseriti anche numerosi soggetti italiani. È doveroso seguire l'Istat, a questo punto: «Nell’analisi di questa rete sono stati inclusi i progetti con almeno due partecipanti e questi sono stati raggruppati per paese (considerando singolarmente i principali dodici paesi dell’Unione europea e raggruppando i restanti 16 paesi Ue, quelli europei non-Ue e i paesi extra-europei) e per attività (imprese, università, enti di ricerca pubblici o privati, altri enti pubblici e enti non-profit). Considerando di eguale valore e non direzionali le relazioni tra singoli partecipanti all’interno di ciascun consorzio, sono state individuate 919.661 relazioni bilaterali tra i 75 gruppi paese-attività possibili. La matrice delle relazioni è stata analizzata con metodologie di social network analysis per individuare i gruppi caratterizzati da maggiore centralità, intesa come la capacità (potere o prestigio) di stabilire relazioni con altri soggetti (in questo caso, aggregando altre istituzioni in consorzi internazionali di ricerca di alto livello). I soggetti italiani presenti sono: 1.881 imprese, 327 enti di ricerca, 245 enti non-profit, 161 enti pubblici e 98 università».
Ad ogni modo emerge in modo chiaro un quadro a tinte fosche. L'innovazione, proprio perché è uno dei migliori antidoti alle crisi economiche, deve essere messa a sistema. Non stiamo messi male, ma le differenze territoriali (il divario Nord-Sud si fa sentire anche in questo caso) e alcuni atavici ritardi (continuiamo ad occupare, ad esempio, gli ultimi posti in Europa per utilizzo di internet e fruizione dei principali servizi online anche a causa di un gap generazionale “profondo”) ci pongono nella condizione di dover inseguire gli altri. Eppure «fare rete» è importante e in questo senso le imprese italiane viaggiano su valori molto simili a quelli delle imprese tedesche. Rapporti stabili di collaborazione tra i diversi attori favorisce la produttività del lavoro, mentre sul piano delle innovazioni si osservano legami più frammentati. Un punto su cui migliorare nell'immediato futuro, per l'aumento della produttività e per la crescita.

(anche su T-Mag)

10 maggio 2018

«Madri equilibriste», così il mercato del lavoro arretra

Se davvero si vuole comprendere fino in fondo il perché di una ripresa altalenante del nostro mercato del lavoro, di livelli occupazionali che – al ritmo di qualche decimale di punto – salgono o scendono da un mese all'altro, forse è il caso di dare un'occhiata all'ultimo rapporto di Save the Children, Le Equilibriste: la maternità in Italia. Che non spiegherà tutto, ma spiega comunque molto dei cambiamenti – sociali e demografici – in grado di condizionaere l'andamento dell'occupazione in Italia.
Cominciamo da alcune riflessioni immediate. L'aspettativa di vita si è allungata, ma contestualmente nel nostro paese le coppie – trend consolidato da diversi anni – fanno meno figli anche perché si decide di averli sempre più tardi, il che riduce di molto la possibilità di “allargare” il nucleo familiare. Per rendere l'idea (i dati sono piuttosto recenti): secondo le previsioni demografiche dell’Istat la probabilità che aumenti la popolazione italiana tra il 2017 e il 2065 è pari al 9%. Nel report Il mercato del lavoro. Verso una lettura integrata, pubblicato alla fine dello scorso anno, l’Istat afferma che «se per gli anni a venire si prevede una stabilità della componente giovanile, gli effetti di bassa natalità si riflettono sulla componente adulta (35-54 anni) che declina fortemente, con una corrispondente crescita della componente di popolazione più matura (55-69 anni)». Ciò vuol dire che «nei prossimi 20 anni è altamente probabile che l’Italia perderà 3 milioni e mezzo di individui in età lavorativa».
La riflessione che possiamo fare subito dopo è che l'invecchiamento della forza lavoro porta conseguenze dirette su produttività e turn over, a scapito quindi di crescita e componente più giovane della popolazione. In generale, l'invecchiamento della forza lavoro avrà un impatto anche sulle aziende che saranno costrette (nei fatti lo sono già) a ripensare i modelli di produzione, l'organizzazione del lavoro (ambiente e tempi), senza dimenticare le implicazioni non più rinviabili in termini di salute e sicurezza.
Ecco, perciò, che il ruolo delle madri/lavoratrici diventa fondamentale. Il rapporto di Save the Children ci ricorda che in Italia le donne decidono di diventare madri sempre più tardi (siamo infatti in cima alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e «rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva)».
La tendenza osservata negli ultimi anni è che la partecipazione al mercato del lavoro delle donne varia, spesso, al variare del titolo di studio. Più l'ingresso nel mercato del lavoro è tardivo – pensiamo alle laureate rispetto alle diplomate – e più il dilemma “figli o carriera” si accentua. Altro problema riguarda le politiche di conciliazione, atavicamente carenti dalle nostre parti. «Dai dati diffusi – si legge non a caso sul sito di Save the Children – emergono notevoli differenze tra regioni del Nord, sempre più virtuose a parte poche eccezioni, e quelle del Sud, troppo spesso carenti di servizi e di sostegno alla maternità. In linea di massima, però, la ricerca sottolinea un peggioramento generale dell’Italia per quanto riguarda l’accoglienza dei nuovi nati e il sostegno alle mamme».
Cosa succede, sintetizzando? Che il carico di cura dei neonati, di bambini e della famiglia grava ancora troppo sulle spalle delle donne, con ripercussioni negative sull'occupazione specie nelle regioni del Mezzogiorno. Come se ne esce? Incrementando e migliorando le politiche di conciliazione, appunto. Di qui l'equilibrismo cui fa riferimento Save the Children, con le madri che «sono vere e proprie equilibriste tra la vita privata e il mondo lavorativo». «Si sottolinea – è quindi la proposta – la necessità di un Piano Nazionale di sostegno alla genitorialità, con misure a sostegno del percorso nascita e dei primi “mille giorni” di vita dei bambini, che consolidi il sistema di tutela delle lavoratrici e promuova l’introduzione del family audit nel privato, che garantisca servizi educativi per la prima infanzia a tutti, rafforzando, nell’ambito dell’attuazione della riforma del sistema integrato 0-6 anni, l’offerta complessiva di accoglienza di bambini di meno di tre anni, anche ottimizzando gli investimenti e ristrutturando parte degli ambienti delle scuole di infanzia, che prevedibilmente non saranno utilizzati pienamente a causa del progressivo minor numero di bambini in quella fascia di età (3-5 anni)». All'invecchiamento della popolazione, bisogna ancora prendere in considerazione, seguiranno nel lungo periodo ingenti costi sociali, vedere soprattutto alla voce “pensioni” senza per questo trascurare la voce “sanità”. Nel mentre – tornando alle previsioni Istat – le nascite continueranno a diminuire. E con esse i lavoratori. E senza questi ultimi le casse languono. E chi le pagherà, allora, le pensioni?

(anche su T-Mag)